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a cura di don Riccardo Pecchia
Oggi 14 dicembre la chiesa ricorda san Giovanni della Croce (al secolo Juan de Yepes Álvarez), nacque a Fontiveros (Spagna) il 24 giugno 1542. Il padre Gonzalo de Yepes, nobile di Toledo, fu cacciato di casa e diseredato per aver sposato una povera tessitrice di seta, Catalina Álvarez. Egli manifestò fin da piccolo inclinazione alla carità verso i poveri e ancora di più verso la preghiera contemplativa. Orfano di padre in tenera età, Giovanni, a 9 anni, si trasferì, con la madre e il fratello Francisco, a Medina del Campo, vicino a Valladolid, centro commerciale e culturale. Qui frequentò il Colegio de los Doctrinos, svolgendo anche alcuni umili lavori per le suore del convento della Maddalena. Successivamente, date le sue qualità umane e i suoi risultati negli studi, venne ammesso prima come infermiere
nell’Ospedale della Concezione, poi nel Collegio dei Gesuiti, appena fondato a Medina del Campo: qui Giovanni entrò a 18 anni e studiò per tre anni scienze umane, retorica e lingue classiche. Alla fine della formazione, egli aveva chiara la propria vocazione: si sentì chiamato al Carmelo. Nell’estate del 1563 iniziò il noviziato presso l’Ordine della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo (carmelitani) della città, assumendo il nome religioso di Giovanni di San Mattia. L’anno seguente venne destinato alla prestigiosa Università di Salamanca, dove studiò per un triennio arti e filosofia. Nel 1567 fu ordinato sacerdote e ritornò a Medina del Campo per celebrare la sua Prima Messa circondato dall’affetto dei famigliari. Proprio qui avvenne il primo incontro tra Giovanni e santa Teresa di Gesù. L’incontro fu decisivo per entrambi: Teresa gli espose il suo piano di riforma del Carmelo anche nel ramo maschile dell’Ordine e propose a Giovanni di aderirvi; il giovane sacerdote fu affascinato dalle idee di Teresa d’Ávila, tanto da diventare un sostenitore del progetto. I due lavorarono insieme alcuni mesi, condividendo ideali e proposte per inaugurare al più presto possibile la prima casa di Carmelitani Scalzi: l’apertura avvenne il 28 dicembre 1568 a Duruelo, in tale occasione assunse il nome di Giovanni della Croce. Alla fine del 1572, su richiesta di Teresa, divenne confessore e vicario del monastero dell’Incarnazione di Ávila, dove la santa era priora. Furono anni di stretta collaborazione e amicizia spirituale, che arricchì entrambi. L’adesione alla riforma carmelitana non fu facile e costò a Giovanni anche gravi sofferenze. L’episodio più traumatico fu, il 2 dicembre 1577, la sua incarcerazione nel convento dei Carmelitani dell’Antica Osservanza di Toledo, a seguito di una ingiusta accusa. Giovanni rimase imprigionato per mesi, sottoposto a privazioni e costrizioni fisiche e morali. Nella notte tra il 16 e il 17 agosto 1578, riuscì a fuggire, riparandosi nel monastero delle Carmelitane Scalze della città e, dopo un breve tempo di recupero delle forze, Giovanni fu destinato in Andalusia, dove trascorse 10 anni in vari conventi. Assunse incarichi sempre più importanti nell’Ordine, fino a diventare Vicario Provinciale. Tornò poi nella sua terra natale, come membro del governo generale della famiglia religiosa. Abitò nel Carmelo di Segovia, svolgendo l’ufficio di superiore di quella comunità. Nel 1591 fu sollevato da ogni responsabilità e destinato alla nuova Provincia religiosa del Messico. Mentre si preparava per il lungo viaggio con altri dieci compagni, si ritirò in un convento solitario vicino a Jaén, dove si ammalò gravemente. Giovanni affrontò con esemplare serenità e pazienza enormi sofferenze. Morì il 14 dicembre 1591, a 49 anni; patrono dei mistici e poeti.
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14 dicembre: san Venanzio Fortunato (Venantius Honorius Clementianus Fortunatus), nacque a Duplavilis (odierna Valdobbiadene, Treviso) nel 530. Studiò grammatica e retorica nei pressi di Aquileia e diritto a Ravenna. Quando era studente fu colpito da un’infermità alla vista, cui seguì una inspiegabile guarigione che Venanzio attribuì all’intercessione di san Martino di Tours, si racconta che dopo essersi unto con l’olio di una lampada che ardeva davanti a un’immagine del santo guarì. Decise, nel 565, perciò di andare a rendergli grazie presso la sua tomba in Gallia a Tours. Durante il lungo pellegrinaggio viene ospitato da famiglie signorili che conquistò dilettandole con i suoi versi composti in latino, in particolare a Mertz fu ricevuto alla corte di re Sigisberto, dove fu apprezzato per la sua cultura e le sue liriche. A Tours prega sulla tomba di san Martino, cui dedica un suo poema. Da lì raggiunse Poitiers dove conobbe Agnese e Radegonda. Radegonda, figlia del re Bertario di Turingia, fu sposata per forza a Clotario I re di Neustria. Ella si ritirò alla vita monastica dopo l’assassinio di suo fratello ad opera di Clotario stesso. In seguito alla protezione di Radegonda, persona molto colta, Venanzio si stabilì a Poitiers, dove rimane colpito dal suo modo di vivere la fede. Radegonda fondò un convento a Saix, non lontano da Poitiers, e Radegonda ne diviene badessa. Il convento prese il nome della Santa Croce, in seguito ad una reliquia della Santa Croce donata dall’imperatore Giustino II all’abadessa Radegonda. Fu in occasione dell’installazione della reliquia all’interno del monastero che Fortunato scrisse il Vexilla Regis e il Pange Lingua, opere che saranno riconosciute dalla Chiesa come testi liturgici. Dopo la morte di Radegonda, nel 587, decise di prendere gli ordini sacri e assunse la direzione spirituale del monastero. Nel frattempo continua a scrivere e i nuovi temi della sua poesia sono tutti religiosi: il culto della Croce, la pietà mariana, il senso della morte e la guida spirituale dei fedeli. Approfondisce la conoscenza dei Vangeli e dei salmi, dei profeti (Isaia in particolare) e della patristica. Compose tra gli altri l’inno “Vexilla regis prodeunt”, in onore della Croce, che è tutt’oggi cantato durante la settimana santa, mentre altri suoi inni sono stati inclusi nel Breviario. Nel 595-97 venne consacrato vescovo di Poitiers, in un periodo di lotte intestine tra le famiglie locali. Negli anni dei suo vescovato, Fortunato fu considerato esempio di temperanza e stabilità. In tutta la sua vita scrisse inni, saggi, elegie funebri, omelie e poesie dedicate alla vita dei santi, in particolare scrisse la storia della vita dei sette santi della Gallia tra cui san Martino e santa Radegonda. Fu considerato uno degli ultimi poeti gaelici latini e uno dei primi poeti cristiani a scrivere opere in devozione a Maria. Morì il 14 dicembre 607.